La plastica tradizionale, o sintetica, è prodotta da derivati del petrolio come sottoprodotto della filiera del greggio.
La sua caratteristica è quella di essere costituita da polimeri – ovvero da singole molecole ripetute più volte – con una notevole resistenza meccanica e al calore.
I numerosi campi di applicazione del materiale plastico, non devono però far sottovalutare i problemi legati al forte impatto ambientale che deriva dalla produzione e dal successivo smaltimento.
Gli oggetti in plastica tradizionale, infatti, oltre a essere realizzati sfruttando energie non rinnovalbili, vengono riassorbiti dall’ambiente solo dopo lunghi periodi di tempo: una bottiglia di plastica necessita – ad esempio – di 400 anni per decomporsi.
Questo contesto ha stimolato la domanda di prodotti a basso impatto ambientale come le bioplastiche, considerate l’alternativa verde all’oro nero.
Contrariamente alla plastica tradizionale, le bioplastiche sono realizzate con materie prime vegetali – come amido di mais, barbabietola, alghe – riuscendo a conservare un aspetto non molto diverso dalla plastica tradizionale.
Il punto di forza è senza dubbio la biodegradabilità: la bioplastica, infatti, necessita – in relazione alla composizione – da pochi giorni a 4-5 anni per dissolversi nell’ambiente senza lasciare residui inquinanti.
I campi di applicazione sono davvero molti: si va dai sacchetti per la spesa o la spazzatura, bicchieri e posate usa e getta, nylon, sistemi di pacciamatura impiegati in agricoltura e altri oggetti di uso comune.
Nella versione industriale del processo di smaltimento, chiamato compostaggio, i tre elementi fondamentali del processo – batteri, umidità e calore – vengono attentamente monitorati in modo tale da ottenere la decomposizione in un intervallo di tempo compreso tra le sei e le dodici settimane, producendo acqua, anidride carbonica e vera biomassa naturale, quest’ultima utilizzabile per la produzione di energia pulita e di fertilizzanti.
Secondo un calcolo effettuato dall’European Climate Change Program (ECCP) per ogni tonnellata di bioplastica prodotta si potrebbero introdurre nell’ambiente circa 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica in meno.
Le plastiche biodegradabili dunque, possono rappresentare una valida soluzione ai problemi di smaltimento post consumo, sempre più onerosi sia in termini economici che ambientali.
Ogni anno, in Italia, vengono consumate circa 300.000 tonnellate di plastica tradizionale per la produzione di sacchi e sacchetti di ogni genere, ottenuti attraverso l’impiego di 200.000 tonnellate di petrolio l’anno.
Le materie prime di origine fossile – come il petrolio, appunto – costano sempre di più e rappresentano le principali fonti di emissioni che stanno mettendo fuori gioco l’Italia per quel che riguarda il rispetto degli obiettivi di Kyoto. Un sentiment sostenuto anche da uno studio commissionato alla Utrecht University da European Bioplastics, associazione europea dei produttori di bioplastiche, e da Epnoe, European Polysaccharide Network of Excellence.
Secondo i ricercatori olandesi, il 90% dei consumi di materie plastiche di origine fossile potrebbe essere sostituita, sotto il profilo tecnico, dai moderni biopolimeri – intesi come polimeri ottenuti da materie prime di origine biologica, quindi biodegradabili – anche se l’effettiva possibilità e velocità di tale conversione è soggetta a numerosi fattori di natura economica e industriale.
Dal punto di vista pratico, per sostituirli completamente – sottolinea Coldiretti – sarebbe sufficiente mettere a coltivazione 200.000 ettari di terreno con un sicuro effetto sulla riduzione dell’inquinamento ambientale.
Gli enormi vantaggi derivanti dall’impiego delle bioplastiche non sono, purtroppo, un dato sufficiente alla loro adozione su larga scala. In primo luogo pesa il fattore economico: sono necessarie condizioni di mercato che scoraggino la produzione di plastica tradizionale, che rimane attualmente un prodotto più conveniente (otto centesimi per il sacchetto biodegradabile rispetto ai cinque di quello in plastica tradizionale).
Le bioplastiche, inoltre, non sempre danno le stesse garanzie qualitative di quelle tradizionali. C’è un bisogno costante di investimenti che si traducano in maggiore attenzione alla ricerca: la competitività economica delle bioplastiche, infatti, è minata dai costi elevati per lo sviluppo di nuove tecnologie.
Ciò che fa ben sperare verso l’introduzione su larga scala di questi nuovi materiali, è la crescente sensibilizzazione alle tematiche ambientali, che potrebbe rappresentare uno stimolo decisivo verso la promozione di iniziative legislative a favore della ricerca.








gennaio 20th, 2010 at 12:10
a proposito di bioplastiche e dei suoi numerosi utilizzi ci permettiamo di segnalare che sabato 23 gennaio verrà inaugurato a Castel San Niccolò il nuovo impianto produttivo a basso impatto ambientale per gli ecopannolini a marchio Naturaè dell’azienda W.I.P. spa, azienda per la quale Sisifo Italia cura la comunicazione.
W.I.P. ha ideato e creato una linea di prodotti monouso per l’igiene realizzando un pannolino a basso impatto ambientale che arriva ad oltre l’80% di biodegradabilità con l’utilizzazione di materie prime sostenibili quali il Mater-Bi, più conosciuto come la bioplastica. Tutto a vantaggio della nostra salute e del nostro ambiente!
per maggiori info visitate il sito http://www.ecowip.com
agosto 27th, 2010 at 09:52
L’uso delle Bioplastiche su larga scala può davvero segnare una svolta nel campo dell’ambiente. E’ vero che economicamente le bio plastiche presentano dei limiti ma sono già in atto studi edeguati volti all’abbattimento dei costi. Ad Mater-Bi, ricavato dall’amido di Mais, garantisce un bassissmo impatto ambientale.
Per maggiori info http://www.tuttogreen.it/mater-bi-bioplastica-che-cose/