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La crisi alimentare non ferma lo spreco

Un’organizzazione inglese mostra quanto cibo finisce gettato prima di arrivare sulle tavole. Un problema non solo di giustizia ed equità nei confronti di tutti coloro che non hanno accesso al cibo, ma anche di sostenibilità ambientale


La crisi alimentare non ferma lo spreco

Il 16 dicembre di quest’anno una nutrita folla – oltre cinquemila persone – si è riunita a Trafalgar Square. A tutti è stato offerto un pranzo gratis a base di frutta e verdura fresca. Alcuni si sono goduti un piatto di verdure al curry, altri si sono rinfrescati con dei frullati di frutta.

Cinquemila persone sono un discreto numero. Quella frutta e verdura dall’aspetto invitante era appena arrivata da produttori e fattorie e costituiva la produzione rifiutata dalla grande distribuzione, perché di forma imperfetta o con altri difetti di natura meramente estetica.

Gli organizzatori hanno raccolto presso i supermarket e i produttori locali tonnellate di carote storte, patate dalla forma bizzarra e cipolle troppo piccole. Nessun’altra tara: solo un look “sbagliato” per il marketing.
Feeding the 5000 è solo l’ultima iniziativa in ordine di tempo che negli ultimi anni cerca di sensibilizzare la gente sul tema dello spreco del cibo.

Le norme di uniformità di frutta e verdura imposte dal mercato producono una serie di sprechi alimentari i cui numeri sono vertiginosi: secondo Wrap, Waste & Resource Action Program, nella sola Gran Bretagna si buttano tra le 18 e le 20 tonnellate di cibo all’anno. I distributori e le catene di grande distribuzione sono responsabili di un milione e 600.000 tonnellate; i produttori di oltre quattro milioni e ristoranti e altri esercizi che si occupano del settore alimentare di circa tre tonnellate. E anche i singoli cittadini e le abitudini alimentari sbagliate fanno la loro parte – ma gli sprechi domestici sono solo l’ultimo anello della catena: la maggior parte dello spreco di cibo, nelle società occidentali, avviene a monte, in fase di produzione e distribuzione.

Chi c’era dietro all’iniziativa di Trafalgar Square? Oltre a FareShare e altre organizzazioni benefiche, l’animatore dell’evento è stato This Is Rubbish (associazione che si occupa di sensibilizzare Governo e popolazione riguardo al problema della distribuzione delle risorse alimentari) e Tristram Stuart, un giovane fotografo che da qualche tempo a questa parte cerca di portare alla luce il modo in cui la grande distribuzione e le regole del mercato stiano portando a uno spreco di cibo di dimensioni catastrofiche.

Stuart ha documentato col proprio lavoro le dimensioni dello spreco: da come semplici cambiamenti nel modo in cui la frutta e la verdura arrivano nei negozi e nelle case ne prolunghino in maniera considerevole la freschezza, alle montagne di arance distrutte in Florida o agli spinaci lasciati marcire nei campi perché la presenza di erbacce tra un ciuffo e l’altro rendeva il lavoro meccanizzato più difficoltoso – e dunque meno redditizio.

Il gruppo This Is Rubbish vuole persuadere il governo inglese a introdurre norme che obblighino le aziende a ridurre lo spreco di cibo e a fornire dati puntuali (e trasparenti) su quanta parte della propria produzione va gettata o sprecata. In particolare, oltre alla pubblicazione delle cifre, This Is Rubbish chiede che siano stabiliti traguardi progressivi che – di anno in anno – riducano la percentuale di alimenti sprecati, e che le aziende che non rispettano queste regole vengano punite con forti ammende finanziarie.

Gli organizzatori dell’evento raccontano che una delle domande che si sono sentiti rivolgere più spesso è stata: “What is wrong with the food?” (”Cos’ha che non va questo cibo?”)… nessuno riusciva a capire perché cibo sano, fresco e perfettamente commestibile dovesse essere destinato alle discariche.
Una volta che alle persone veniva spiegato il senso di quanto stava accadendo, non hanno ricevuto un solo rifiuto alla richiesta di sostenere la loro campagna. Per molti questa è una scoperta: la consapevolezza di quanto cibo va sprecato prima di arrivare sulle tavole, sacrificato in nome dell’estetica, non è particolarmente diffusa.

I dati FAO dell’ultimo anno hanno rilevato come la malnutrizione e la sottoalimentazione nel mondo, anziché regredire, sono in continuo aumento. Le responsabilità sono state spesso addossate alla crisi alla riconversione di molte aree coltivate a campi per la produzione di biocarburante, ma questa non è che una delle tante motivazioni. Le radici della situazione attuale affondano in un problema molto più generalizzato e sistemico.

Tutto ciò accade mentre le ricerche dimostrano che l’attuale produzione agricola sarebbe in grado di sostenere l’intera popolazione mondiale con una distribuzione più equa delle risorse: il problema, quindi, non è la necessità di produrre più cibo. Stiamo probabilmente vivendo il periodo di maggiore resa dell’agricoltura, la necessità è quindi quella di evitare gli sprechi e ottenere una distribuzione del cibo meno squilibrata.

La situazione descritta – oltre all’ovvia questione di un mondo in cui una parte dell’umanità soffre per fame o per cattiva nutrizione e un’altra parte spreca le proprie risorse in base a una logica distorta – ha anche conseguenze a livello di impatto ambientale.
Coltivare frutta e verdura costa: in termini di terreno, acqua, energia impiegata, pesticidi, fertilizzanti ed emissioni inquinanti. Ogni volta che del cibo prodotto non viene consumato significa che tutta questa energia, quest’acqua e queste emissioni hanno portato un impatto completamente inutile sull’ambiente.

Ecco alcuni link per approfondire:

Feeding the 5000
Wrap, Waste & Resource Action Program
This Is Rubbish
Tristram Stuart

La gallery del Guardian


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