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Le polemiche post conferenza di Copenhagen

Un incremento di temperatura inferiore ai 2 °C, 100 milioni di dollari per le tecnologie verdi dei paesi poveri, ma nessun piano specifico. Queste le conclusioni della conferenza internazionale sul clima, dopo cui non mancano accuse e polemiche


Le polemiche post conferenza di Copenhagen

Durante la conferenza mondiale di Copenaghen si respirava un clima di alta tensione: alcune nazioni si additavano vicendevolmente in cerca di un capro espiatorio da colpevolizzare per l’attuale situazione dell’ambiente. La conferenza si è chiusa con qualche giorno di ritardo e dopo il termine, sul New York Times, sono state raccolte

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alcune dichiarazioni.

Nel corso del COP15 sul clima, a rappresentare l’intera Unione Europea è stata la Svezia.
Andreas Carlgren, il ministro dell’ambiente della Svezia, ha affermato che il vertice di Copenaghen è stato un gran fallimento, soprattutto perché alcune Nazioni extraeuropee hanno respinto e criticato l’accordo proposto dalla stessa Europa.

La proposta dell’Europa consisteva in una strategia che avrebbe portato tagli netti delle emissione di gas a effetto serra: questo significava minor produzione, soprattutto per le potenze degli USA e i Paesi Emergenti come la Cina.

Andreas Cargren reputa la Cina e gli Stati Uniti i responsabili del poco successo della conferenza internazionale sul clima. Ma le polemiche non si concludono qui, anche Jiang Yu (portavoce del ministero cinese) ha puntato il dito contro qualcuno. Jiang Yu sostiene che il piano della Gran Bretagna ha previsto troppi vantaggi per i Paesi già industrializzati, penalizzando quelli emergenti.

Ad aumentare il malcontento generale è stato anche un articolo pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian; in questa sede, il segretario di stato britannico per il clima e l’energia (che “ha giocato un ruolo fondamentale durante la conferenza di Copenaghen”) ha dichiarato che la Cina ha rifiutato di ridurre le emissioni di CO2 entro il 2050, nonostante la coalizione e il sostegno di tutte le altre potenze presenti al vertice.

In tutta risposta, il segretario cinese Jiang ha affermato – alludendo al segretario britannico – che i responsabili dell’articolo: “dovrebbero correggere i loro errori e adempiere ai loro obblighi verso i paesi in via di sviluppo così da non ostacolare la cooperazione delle comunità internazionali in risposta ai cambiamenti climatici”.

Al centro delle controversie tra Cina e i Paesi sviluppati come la Gran Bretagna c’è uno scontro ideologico: I Paesi in via di sviluppo considerano quelli industrializzati la causa delle variazioni climatiche, pertanto pretendono che siano le economie sviluppate a impegnarsi maggiormente nella diminuzione di emissioni.
D’altro canto le Nazioni industrializzate chiedono ai Paesi emergenti maggior rispetto per l’ambiente. A questo proposito, Abyn Karmali, della banca Americana “Merrill Lynch”, afferma: “La leadership cinese ritiene che la causa storica della grande quantità di CO2 emessa non ha niente a che vedere con loro, per questo motivo, non dovrà essere la Cina a limitare il suo sviluppo economico e che certamente non c’è bisogno di mostrare più disponibilità versi altri Paesi”.

L’accordo stipulato a Copenaghen tra il presidente Barack Obama, le altre nazioni sviluppate e i leader dei Paesi emergenti, pone un obiettivo: fare in modo che il riscaldamento globale non sia superiore ai due gradi Celsius – obiettivo che potrebbe subire qualche variazione e scendere a 1,5 gradi nel 2016.

Purtroppo l’intesa non contiene nozioni cruciali: ad esempio, non sono state date cifre che delineano i tagli e le riduzioni di gas serra per le scadenze del 2020 e del 2050. A questo proposito l’Unione Europea è davvero amareggiata – si sperava che altri Paesi prendessero a modello il Carbon Trading inglese, che stabilisce un tetto massimo per le emissioni nocive consentite.
La mancanza di un piano strategico concreto ha portato scompensi, ma fortunatamente di concreto c’è che l’accordo di Copenaghen ha promesso 100 miliardi di dollari (da elargire entro il 2020) per lo sviluppo delle cosiddette tecnologie verdi – che sono quasi del tutto assenti nei paesi poveri.


Post pubblicato da: il 15 gennaio 2010 - 45 posts su Green Magazine.

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1 Commenti a questo articolo

  1. alessandro says:

    Il petrolio è in via di esaurimento. A breve si raggiungerà il picco massimo di produzione, dopodiché questa comincerà a diminuire e i prezzi saliranno, con gravi conseguenze a economiche e geopolitiche.
    Non si sa di preciso quando avverrà, le ipotesi sono diverse, ma la gran parte degli scienziati affermano che è questione di pochi anni. Come far fronte a tutto ciò? Le fonti rinnovabili. Fra queste, quella oggi più incentivata è quella fotovoltaica.

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