Dopo mesi di discussioni il piano-casa proposto dal governo è diventato una realtà concreta in diverse regioni d’Italia.
Il Governo ha concordato con le Regioni l’approvazione di una serie di leggi regionali che consentiranno l’ampliamento della volumetria di edifici privati – e non solo.
Ma quali saranno le conseguenze del piano casa sull’ambiente e sul territorio dell’Italia, già fortemente antropizzato e urbanizzato?
C’era realmente bisogno del piano? E quali sono state le reazioni di regioni e comuni?
Il Governo non sembra intenzionato a lasciare particolare margine alla discrezionalità delle comunità locali: se ci saranno regioni inadempienti, il Governo utilizzerà i propri poteri (anche avvalendosi del decreto-legge) per far sì che ogni regione abbia un piano-casa conforme alle direttive nazionali.
Prestito e Mutuo Casa riporta il commento di Legambiente:
Secondo Legambiente- risulta la contraddittorietà del messaggio che viene lanciato ai cittadini e alle imprese: nei prossimi 18-24 mesi si potranno realizzare interventi edilizi con una procedura semplificata, in deroga ai Piani regolatori. Il tutto con qualche attenzione ambientale e energetica la cui entità dipende da dove si trova l’abitazione da ampliare o da demolire e ricostruire.
«Si è persa l’occasione per dare un chiaro messaggio di innovazione al settore delle costruzioni – ha continuato Zanchini – perché ancora una volta si è cercata la via più breve per risollevare le sorti del mercato edilizio. Siamo di fronte a una crisi del settore che non è congiunturale, veniamo da 10 anni di espansione edilizia e nonostante ciò nel Paese si vive una drammatica situazione sociale, con centinaia di migliaia di persone sotto sfratto e di famiglie che non riescono a pagare le rate del mutuo e dell’affitto».
Per Legambiente la strada da seguire è invece un’altra, ovvero quella di dare risposte all’emergenza abitativa e legarla a un vasto programma di riqualificazione energetica di case, quartieri, periferie.
«Bisogna affrontare con urgenza e competenza l’emergenza abitativa legandola ad un vasto programma di riqualificazione energetica di case, quartieri e periferie – ha aggiunto il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -.
Per questo bisogna investire in interventi che puntino a coniugare sicurezza statica e efficienza energetica, allargando questo obiettivo anche a tutti gli edifici non residenziali sfruttando l’opportunità di lavorare sul patrimonio esistente invece di occupare nuovi ettari di suoli agricoli. […] Gli interventi varati dalle regioni invece finiranno per premiare le seconde case e gli investimenti di privati e fondi speculativi nel mattone, con lo sviluppo di un mercato che ha reso le case inaccessibili proprio a chi ne avrebbe bisogno: nuove famiglie, immigrati, giovani.
Ecologiae riflette sulle conseguenze del ricorso massiccio alle possibilità date dal piano:
Lo scandalo è che, per tutti gli edifici precedenti il 1989, sarà possibile demolire e costruire a proprio piacimento, in barba a tutte le norme di tutela ambientale, amentando fino al 20% della cubatura (l’ampiezza dell’edificio) per le case private e fino al 30% per gli edifici commerciali. Immaginate quindi se tutti i proprietari di case decidessero di ampliarle del 20%, come diventerebbe la vostra città. Senza considerare che, in questo ampliamento selvaggio e senza regole, si moltiplicherebbero i casi di disastro edilizio, con conseguenti vittime innocenti.
Soldiblog sottolinea i rischi di ampliamenti scarsamente regolamentati in un territorio come quello italiano:
I piani casa regionali stanno iniettando ulteriore cemento in un territorio in cui negli ultimi 15 anni l’urbanizzazione ha inghiottito oltre 3,5 milioni di ettari, di cui 2 milioni di terreni agricoli: una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme. Stando alle cifre del rapporto inoltre l’Italia avarebbe già 12,8 milioni di edifici e 27 milioni di unità abitative, per il 20% appunto disabitate, nonchè 200.000 chilometri di strade.
Più di 100 Comuni hanno urbanizzato oltre il 50% della propria estensione. [...]In media esistono 230 metri quadrati di territorio urbanizzato per ogni italiano, ultranovantenni e neonati inclusi.
I danni da cemento
Tutto questo comporta naturalmente un danno ambientale non indifferente.
Il cemento impermeabilizza il suolo. La pioggia non viene più assorbita ma ruscella via: ogni temporale diventa una mezza alluvione, l’acqua non riesce più a filtrare nelle falde sotterranee.
Proprio le tragiche conseguenze di eventi come il nubifragio di Messina impongono una riflessione in merito, come ricorda Giuseppe La Bua:
Il violento nubifragio che ha colpito la provincia messinese, il cui triste bilancio è arrivato a 28 morti, ha causato un arresto dell’iter di approvazione del Piano Casa, il Presidente della Regione Raffaele Lombardo ha anche confermato che il disegno di legge sarà modificato per impedire l’aumento del dissesto idrogeologico della nostra Regione.
Secondo numerose associazioni ambientaliste (tra le quali anche Legambiente e l’Ordine dei geologi della Sicilia) circa l’80% dei Comuni della Regione Sicilia possiede un territorio fortemente a rischio idrogeologico, situazione causata in massima parte da politiche di sfruttamento del suolo sbagliate adottate da amministrazioni locali poco attente, per questo motivo è stato richiesto l’annullamento del Piano Casa.
Anche Ischia Blog rimarca come il piano sia una questione nodale per regioni come la Campania, il cui territorio negli anni ha subito una serie di aggressioni sempre più radicali:
“Il Piano Casa può e deve essere per la nostra regione lo strumento utile alla riqualificazione ambientale, energetica ed ecologica, un primo passo per iniziare una nuova politica di intervento sostenibile per il territorio campano – sottolineano Cammardella e Rosania, che aggiungono: […] la mancanza di una chiara linea di azione per le aree industriali dismesse e per le aree urbane degradate senza piani urbanistici complessivi, con serio rischio di deturpare ulteriormente il paesaggio della nostra regione ovvero di accelerare il processo deindustrializzazione”.
La reale necessità del piano e di nuove cementificazioni è messa in dubbio da più parti, considerato anche il cronico sottoutilizzo del patrimonio abitativo italiano. Commenta Blogeko:
Il 20% delle abitazioni italiane non è utilizzato. Ma i piani casa regionali, come quelli della Lombardia e della Liguria, consentono di ampliare del 20-30% molte delle abitazioni già esistenti: vi pare sensato?
Le Regioni stanno redigendo i piani in cui si è frantumato l’abortito piano casa nazionale. Però l’Italia è già in overdose, come spiega il dossier del Wwf intitolato “2009, l’anno del cemento”.
I piani casa regionali stanno iniettando ulteriore cemento in un territorio in cui negli ultimi 15 anni l’urbanizzazione ha inghiottito oltre 3,5 milioni di ettari, di cui 2 milioni di terreni agricoli: una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme.
Il suolo è stato mangiato da case, casette, strade, capannoni, centri commerciali al ritmo di 244.000 ettari all’anno. L’Italia ha già 12,8 milioni di edifici e 27 milioni di unità abitative, per il 20% appunto disabitate, nonchè 200.000 chilometri di strade.
Più di 100 Comuni hanno urbanizzato oltre il 50% della propria estensione. Non è più sostanzialmente possibile tracciare sul territorio nazionale un cerchio di 10 chilometri di diametro senza intercettare una zona costruita.
Anche “sul campo” sembra che, in effetti, i comuni cittadini non stiano reagendo con particolare entusiasmo, come scrive il blog di Campodarsego:
Sarà la crisi che morde sempre più, e che in questa settimana ha portato in piazza gli operai della Carraro, sarà che magari sta passando questo furore edificatorio (che se ne fanno famiglie sempre più striminzite di case sempre più grandi?) fatto stà che, appunto, non c’è certo la fila agli uffici comunali.
Le diverse declinazioni regionali del piano casa inoltre fanno sì che ogni area abbia le proprie problematiche. Del caso della Lombardia scrive Ecoblog:
le conseguenze del Piano Casa all’italiana sono disastrose per l’ambiente e per la tutela del patrimonio culturale ed artistico, perchè terreni fertili e costruzioni storiche sono a rischio per gli aumenti di cubatura concessi dalla nuova legge.
A ciò si aggiunge la diminuzione dei soprintendenti, dei mezzi a disposizione ed un ritardo nella pubblicazione del Codice dei Beni Culturali, che permette un giudizio solo a lavori conclusi. Viene quindi meno il potere di intervenire a bloccare i lavori nelle aree protette, avviati grazie a licenze comunali.
Fabio Corgiolu riflette sulle conseguenze, anche a livello culturale, di una legge così strutturata:
i fronti che la legge regionale lombarda apre sono molti. Ma quello più grave è sicuramente l’introduzione spinta del concetto culturale della deroga: In una legge di soli 5 articoli, la parola deroga appare 6 volte (deroga agli strumenti urbanistici, deroga ai regolamenti edilizi, deroga ai piani territoriali di coordinamento dei parchi regionali). L’anticamera dell’abuso? il preludio di un nuovo condono?
Una deroga concessa dal livello regionale che è una vera e propria ingerenza, una violazione della titolarità dei comuni in materia di pianificazione urbanistica. A fronte di una crisi economica mondiale che è anche effetto dell’eccesso di offerta immobiliare, si mette in campo l’ennesima ricetta a base di cemento. La cura peggiore del male. [...]
Insomma, l’ennesimo passo indietro che rischia di allontanarci ulteriormente rispetto al traguardo della pianificazione urbanistica e territoriale fatta nell’interesse generale e collettivo, spingendoci, come se non fosse già abbastanza, nell’opposta direzione.
[…] Ma il provvedimento della Regione Lombardia, predisposto dall’Assessore leghista Davide Boni, prevedeva la facoltà per il Comune di deliberare (entro il 15 ottobre) in ordine ad alcune limitazioni e all’applicazione concreta del cosiddetto “Piano Casa”. Facoltà di cui l’Amministrazione Comunale di Cassinetta di Lugagnano ha deciso di avvalersi, alla luce del proprio PGT (Piano di Governo del Territorio) che ha come sua prerogativa principale l’azzeramento del consumo di suolo el’eliminazione di nuove aree di espansione urbanistica, nonché l’attenzione e la spinta al recupero del patrimonio esistente, la promozione dell’agricoltura e la valorizzazione del paesaggio ambientale e architettonico.
Ancora differente è il caso della Sardegna, in cui il piano casa è in aperto contrasto con la politica di conservazione del paesaggio costiero voluta dalla precedente giunta Soru. Scrive Mondocasa:
Per le costruzioni situate nella fascia costiera fino a 300 metri dal mare sono permessi ampliamenti del 10%. Per alberghi e residence è concesso un bonus volumetrico del 35%.
[…] Per le strutture ricettive sono consentiti bonus volumetrici al 35%. La legge urbanistica prevedeva già per alberghi e residence ampliamenti del 25% previo accordo tra Comune e Regione.
Anche verande e sottotetti potranno essere recuperati, ma a scopo abitativo e se sono alti almeno 2,40 metri, ma non si possono realizzare sopraelevazioni.
[…] Purtroppo la legge consente gli aumenti volumetrici del 10% all’ interno della fascia protetta dei 300 metri dal mare senza l’ intesa tra enti locali, costruttori e assessorati all’ ambiente e all’ urbanistica, prevista dal Piano paesaggistico. Secondo l’ opposizione questo strumento di verifica consentiva il controllo degli obiettivi del piano.
Favorevole Confindustria, che giudica il provvedimento un’ opportunità di ripresa per le aziende in crisi. Critica l’ opposizione di centrosinistra, che ha annunciato ricorsi giudiziari per la tutela delle coste, dopo aver presentato oltre quattrocento emendamenti contro il Progetto cemento.
Ancora più critica Associazione Aut Aut, che sottolinea in maniera marcata i danni della cementificazione di un territorio così particolare come quello delle coste sarde:
Nessuna distinzione tra hotel e immobili privati, ville o seconde case: tutti indistintamente potranno realizzare una nuova cubatura (sino al 25% delle volumetrie esistenti). Nessun freno e nessun vincolo, per proteggere il paesaggio o la distanza dal mare. Unico impedimento potrebbe venire da una sentenza del Consiglio di Stato della Magistratura, che ha bloccato definitivamente un progetto per la realizzazione di un villaggio turistico a Cala Giunco, dando come motivazione l’esigenza di tutelare il paesaggio, prioritaria rispetto agli interessi degli imprenditori.
Secondo il centrosinistra e gli ambientalisti, l’inversione di tendenza rappresenta un primo, durissimo colpo alla legge salvacoste varata nel 2004 dall’ex governatore Renato Soru.
Molto spesso, nei commenti alla legge, si sente ripetere la citazione “Quand le bâtiment va, tout va!” (quando l’edilizia va, tutto va). La differenza è che, quando è stato coniato questo modo di dire, si era nel dopoguerra e c’era un intero Paese da rimettere in sesto.
Il dubbio rimane: siamo sicuri che anche nel nostro caso la risposta alla crisi sia una colata di cemento?







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